Mercoledì, 30 settembre 2026 14:51:29
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CHI ABBIAMO SCELTO DI ESSERE

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Care amiche e cari amici,

oggi mi è capitato di vedere un’immagine che mi ha fatto riflettere. A Milano, durante le celebrazioni per i 120 anni della CGIL, una delle iniziative dedicate alle trasformazioni del lavoro aveva un titolo molto semplice: “La persona al centro”.
Non mi interessa rivendicare primogeniture. Quell’immagine mi ha fatto pensare soprattutto a noi: non a ciò che possiamo rivendicare del nostro passato, ma a quanto di quella storia continuiamo davvero a vivere nel nostro modo di essere CISL.

Perché mettere la persona al centro, per la CISL, non è una formula incontrata lungo il cammino. È uno dei punti dai quali siamo partiti.
Quando nel 1950 nasce la CISL, Giulio Pastore e quella generazione di sindacalisti provano a costruire qualcosa di nuovo: un sindacato libero, autonomo, fondato sull’adesione volontaria delle persone, sull’associazione, sulla contrattazione e sulla responsabilità. Mario Romani dà a quel progetto una profondità culturale e formativa fondamentale. E dentro quella stagione troviamo anche due sardi, Vincenzo Saba e Giovanni Marongiu, che hanno lasciato un segno importante nella cultura e nella formazione della CISL.
Non li richiamo per celebrare il passato. Mi interessa quello che continuano a dire a noi.

Quella generazione aveva compreso che un’Organizzazione senza cultura rischia prima o poi di diventare soltanto organizzazione. Per rappresentare il lavoro bisogna capire ciò che cambia, formare persone, costruire classe dirigente e avere un’idea della società che vogliamo contribuire a realizzare.

Mettere la persona al centro aveva, e ha, conseguenze molto concrete. Significa assumere la persona come misura dell’Organizzazione, dell’economia e delle istituzioni. È questa la radice personalista della CISL.

Ma non parliamo di una persona sola. Parliamo di una persona che vive dentro relazioni, lavoro e comunità e che, associandosi liberamente ad altri, costruisce rappresentanza. È da qui che nasce anche la nostra idea di sindacato-associazione e di sussidiarietà: riconoscere alle persone e alle loro comunità la possibilità di assumersi responsabilità.

Al fondo c’è poi una parola ancora più semplice: libertà. La libertà della persona di associarsi e quella del sindacato di rappresentare il lavoro, dialogando con la politica, i governi e le imprese senza dipendere da nessuno di essi. È dentro questa idea di libertà che si colloca la nostra autonomia.

Un’autonomia che deve tradursi in capacità concreta di incidere. Ed è qui che hanno rilevanza la contrattazione e la partecipazione. Contrattare non significa soltanto conquistare salario, diritti e migliori condizioni di lavoro. Significa fare in modo che chi lavora non sia soltanto destinatario delle decisioni, ma possa concorrere a determinarle.

Ed è proprio qui che la nostra storia comincia a interrogare noi.

Quanto di quella cultura vive ancora nel nostro modo quotidiano di essere CISL?

Se diciamo che l’Organizzazione deve essere al servizio della persona, dobbiamo domandarci se, crescendo, non abbiamo qualche volta costruito apparati che rischiano di diventare più importanti della rappresentanza.

Se siamo un sindacato-associazione, dobbiamo chiederci quanto un iscritto si senta davvero parte dell’Organizzazione e non soltanto destinatario di una tutela o di un servizio; quanto spazio reale abbiano iscritti, delegati, RSU e RSA; quanto riusciamo a essere presenti nei luoghi di lavoro, a costruire rappresentanza e ad allargare gli spazi della contrattazione e della partecipazione.

Se crediamo nella partecipazione, dobbiamo praticarla anche dentro casa nostra. E se l’autonomia è uno dei tratti della nostra identità, dobbiamo saperla esercitare soprattutto quando costa, quando ci chiede di assumere una posizione senza farci condizionare da appartenenze, convenienze o schieramenti.

Sono domande che dobbiamo rivolgere prima di tutto a noi stessi. Io per primo, per la responsabilità che esercito nella nostra Organizzazione.

Le radici non servono a dirci che abbiamo ragione. Servono a ricordarci chi abbiamo scelto di essere.
Anche la storia della CISL sarda può aiutarci a guardarci dentro.

Nel 1961, davanti alla stagione del Piano di Rinascita, nacque un coordinamento regionale capace di superare le separatezze territoriali e dare alla CISL una voce più unitaria davanti alle scelte sullo sviluppo dell’Isola. A guidarlo fu Giannetto Lay.
Non voglio forzare parallelismi tra stagioni profondamente diverse. Ma quella esperienza ci consegna una domanda:
siamo organizzati nel modo migliore per rappresentare la Sardegna che abbiamo davanti?

E quella storia sarebbe incomprensibile senza le generazioni di dirigenti, delegati, militanti e iscritti che hanno fatto vivere quelle idee nei luoghi di lavoro e nei territori. Il personalismo della CISL non è rimasto nei libri. Ha camminato sulle gambe delle persone.

È alla luce di questa storia che dobbiamo avere il coraggio di misurare anche il nostro modo di stare tra la gente.
Non abbiamo iniziato questo percorso di cambiamento per ridisegnare un organigramma, ma perché la Sardegna, il lavoro e le persone cambiano e dobbiamo domandarci se la nostra Organizzazione cambia abbastanza per continuare a rappresentarle.
L‘efficacia del nuovo modello organizzativo si misurerà nella capacità di avvicinarci alle persone, di rappresentarle e coinvolgerle meglio e di rendere più forte la nostra azione contrattuale.

Non una CISL più concentrata su se stessa.
Una CISL più capace di stare tra le persone.

Ed è con lo stesso sguardo che dobbiamo guardare al futuro. L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro, la transizione energetica e industriale sta ridisegnando imprese e occupazione, la crisi demografica sta già cambiando profondamente la Sardegna.
La domanda, per noi, è chi avrà voce nel governare questi cambiamenti.

È qui che contrattazione e partecipazione mostrano tutta la loro attualità: fare in modo che il cambiamento non sia soltanto qualcosa che accade alle persone, ma qualcosa che le persone possano contribuire a governare.
Forse è soprattutto questo che quell’immagine vista a Milano mi ha ricordato: quelle parole ci impegnano ancora.
Devono essere il metro con cui misuriamo ciò che siamo oggi e ciò che stiamo costruendo.

Perché il modo migliore per essere fedeli alla nostra storia non è conservarla. È continuare a costruirla.

Pier Luigi Ledda
Segretario Generale CISL Sardegna
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