I dati più recenti sull’occupazione diffusi dall’Istat consegnano un quadro che merita una riflessione seria, soprattutto alla vigilia dell’8 marzo. Dietro i numeri del mercato del lavoro italiano emerge
infatti una tendenza che non può essere ignorata: il sistema economico continua a crescere lentamente, ma lascia indietro proprio due categorie decisive per il futuro del Paese e dei territori, le
donne e i giovani.
È una questione nazionale, ma in Sardegna assume contorni ancora più evidenti. In Italia il tasso di occupazione femminile si ferma intorno al 58%, tra i più bassi d’Europa.
Il divario con l’occupazione maschile supera i 17 punti percentuali e resta significativo anche il differenziale retributivo: nel lavoro dipendente privato le donne percepiscono mediamente
retribuzioni inferiori rispetto agli uomini. Questi numeri non sono soltanto il risultato di dinamiche economiche. Riflettono una struttura sociale e produttiva che continua a scaricare sulle donne gran parte dei carichi di cura e che non ha ancora sviluppato una rete adeguata di servizi e strumenti di conciliazione tra lavoro e vita familiare.
Se questo è il quadro nazionale, la Sardegna mostra criticità ancora più marcate.
Nell’isola il tasso di occupazione femminile si colloca poco sopra il 52%, diversi punti sotto la media italiana. Il divario con l’occupazione maschile resta significativo e si accompagna a un altro
dato rilevante: una quota molto elevata di lavoro part-time involontario, che riguarda oltre una lavoratrice su cinque. In molti casi non si tratta di una scelta ma dell’unica possibilità di accesso al
lavoro disponibile.
È il segno di un mercato del lavoro fragile, che offre opportunità limitate e spesso discontinue.
Allo stesso tempo emerge uno squilibrio che riguarda le nuove generazioni. In Italia cresce il peso degli occupati più anziani – gli over 50 rappresentano ormai oltre il 42% degli occupati – mentre la
presenza dei giovani nel mercato del lavoro continua a ridursi.
In Sardegna questa dinamica si intreccia con la crisi demografica e con il fenomeno dell’emigrazione giovanile. Ogni anno molti giovani sardi lasciano l’isola per cercare altrove
opportunità di lavoro e di realizzazione professionale. È una perdita significativa di competenze,
energie e capacità di innovazione.
Quando un territorio perde i suoi giovani perde anche una parte del proprio futuro.
Per questa ragione il lavoro femminile e il lavoro giovanile non possono essere considerati temi marginali. Sono il cuore di una strategia di sviluppo.
Per la Sardegna questo significa investire nei servizi sociali e territoriali – a partire dagli asili nido e dai servizi per la cura – migliorare la qualità dell’occupazione e rafforzare le politiche per i giovani:
formazione, istruzione tecnica e professionale, politiche attive del lavoro e accesso alle nuove filiere
produttive.
Per la CISL Sardegna il punto è chiaro: il lavoro deve tornare al centro delle politiche di sviluppo dell’isola. Questo implica collegare politiche industriali, infrastrutture, formazione e welfare
territoriale dentro una strategia coerente capace di creare occupazione stabile e qualificata.
Per questo la CISL Sardegna dedicherà a questi temi una specifica iniziativa il prossimo 12 marzo, un momento di confronto per fare il punto sulla condizione del lavoro femminile e giovanile nell’isola e sulle politiche necessarie per rafforzare partecipazione, qualità del lavoro e opportunità di futuro.
In una terra segnata da una forte crisi demografica e da profondi squilibri territoriali, garantire lavoro alle donne e ai giovani significa costruire le basi stesse del futuro della Sardegna.
Pier Luigi Ledda – Segretario generale CISL Sardegna