Le parole del Presidente della Repubblica nel centenario del Nobel a Grazia Deledda e il percorso avviato in Consiglio regionale verso una possibile fase statutaria, in parte costituente, offrono alla
Sardegna un’occasione rara: fermarsi a riflettere su sé stessa e ripensare il senso dell’autonomia dentro le trasformazioni che ci accompagnano verso il 2030. Non è un esercizio celebrativo, ma una
scelta di prospettiva: capire se l’autonomia speciale può tornare a essere strumento di sviluppo e coesione o restare una cornice formale incapace di incidere sui nodi reali.
Le grandi vertenze e le attese che segnano la vita dell’Isola — trasporti, energia, industria, ricerca,
università, scuola, sanità, credito, lavoro — sono tutte legate al tema autonomistico. Dentro queste questioni rientrano formazione professionale, politiche attive e costruzione delle competenze
necessarie alle transizioni in corso. Eppure l’autonomia non sempre riesce a esprimere il proprio potenziale come leva di crescita, equità territoriale e giustizia sociale. È qui che si misura la
distanza tra un’autonomia enunciata e una praticata: tra la rivendicazione di poteri e la capacità di usarli per migliorare la qualità della vita e la competitività del sistema Sardegna.
Per la CISL sarda non è tempo di atteggiamenti rinunciatari. In questa fase istituzionale occorre definire i tratti di una nuova autonomia, capace di aggiornare strumenti e responsabilità. Non una
rottura con le radici, ma una rigenerazione: l’autonomia come costruzione viva, che cresce per guidare la Sardegna nelle trasformazioni economiche, demografiche e tecnologiche.
Immaginarla significa comporre un mosaico di tasselli innovativi: più poteri effettivi nelle politiche strategiche, una relazione matura con lo Stato, un rapporto diretto con l’Unione Europea, una
capacità amministrativa rafforzata e una programmazione integrata tra sviluppo economico e diritti sociali. Università, istruzione, formazione e politiche attive diventano infrastrutture decisive: senza
investimento sulle competenze non esiste autonomia capace di generare sviluppo. In questo quadro diventa centrale per la Sardegna costruire un vero patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione,
capace di tenere insieme istituzioni e parti sociali in una strategia condivisa di crescita.
L’autonomia non è separazione, ma responsabilità.
Attualizzare i codici statutari significa valorizzare identità e potenzialità produttive, energetiche e culturali. Significa trasformare la specialità in capacità di investimento, governo delle transizioni
ecologica e digitale, creazione di opportunità per i giovani attraverso lavoro qualificato e formazione continua. Senza questa evoluzione il rischio è un’autonomia difensiva, incapace di
intercettare le dinamiche che stanno ridisegnando l’Europa.
Questo passaggio riguarda istituzioni, parti sociali e comunità regionale. L’autonomia vive nella qualità delle politiche pubbliche e nella capacità di creare lavoro stabile e sviluppo sostenibile. Per
la CISL sarda è una responsabilità collettiva: costruire un’autonomia più efficace, più giusta, orientata alla crescita e alla valorizzazione delle competenze.
Non una rivendicazione astratta, ma un progetto concreto per rigenerare le potenzialità dell’Isola. In questo senso la nuova autonomia può diventare il motore di una nuova stagione di rinascita,
rafforzata dal riconoscimento dell’insularità in Costituzione: non un simbolo, ma l’impegno a rimuovere svantaggi strutturali e garantire pari opportunità di sviluppo. Da qui può ripartire una
visione capace di unire identità e innovazione e restituire alla Sardegna un ruolo pieno nel futuro del Paese e dell’Europa.
Pier Luigi Ledda – Segretario Generale della CISL Sarda