L’Italia sta attraversando un passaggio economico che impone una riflessione seria e non più rinviabile. L’esperienza del PNRR ha reso evidente una verità scomoda: non è la quantità di
spesa pubblica a garantire crescita, ma la qualità delle scelte che accompagnano quella spesa.
Dopo decenni in cui il Paese ha attribuito la stagnazione alla mancanza di risorse, sono arrivati oltre 200 miliardi europei e la crescita resta debole: intorno allo 0,5% nel 2025. Un dato che non
è una catastrofe, ma neppure una risposta all’altezza delle attese.
Questo ci obbliga a cambiare prospettiva. Senza un salto di qualità nella produttività, nell’organizzazione dei mercati e nelle politiche del lavoro, nessun piano straordinario può rimettere in moto un sistema economico che fatica da oltre trent’anni. Nel breve periodo pesano due zavorre evidenti. La prima è il tema dei salari, tra i più fermi d’Europa: l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e compresso la domanda interna. La seconda è il costo dell’energia, strutturalmente più alto rispetto ai competitor, che riduce competitività e investimenti.
Ma il vero problema è strutturale. Dalla metà degli anni Novanta l’Italia è tra i Paesi avanzati che crescono meno. Le cause sono note: produttività stagnante, imprese troppo piccole per competere su scala globale, mercati poco dinamici, servizi pubblici inefficienti, debole integrazione tra formazione e sistema produttivo. Non è una crisi improvvisa: è una lunga erosione mai affrontata con una strategia condivisa.
È in questo contesto che la CISL, attraverso la sua segretaria generale Daniela Fumarola, rilancia la proposta di un Patto nazionale della responsabilità tra Governo, parti sociali e sistema produttivo. Non un accordo simbolico, ma una struttura stabile di confronto che metta al centro salari, produttività, politiche industriali, energia, formazione e coesione sociale. La crescita, in questa visione, non è solo un dato contabile: è qualità del lavoro, redistribuzione, investimenti nel capitale umano.
La stessa esigenza vale per la Sardegna, dove le fragilità nazionali sono amplificate dall’insularità: costi energetici e logistici più alti, squilibri territoriali, fragilità industriali,
emigrazione giovanile. Per questo la CISL sarda propone un Patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione che colleghi industria, transizione energetica e competenze.
Non basta spendere: servono scelte strutturali e lavoro di qualità. Il punto è semplice: senza un patto sociale e produttivo di lungo periodo, Italia e Sardegna resteranno intrappolate in una crescita fragile e intermittente. Il PNRR è un’opportunità importante, ma non può sostituire una vera politica industriale, la forza della contrattazione e la riforma dei servizi pubblici. La sfida decisiva non è spendere di più, ma spendere meglio, produrre di più e pagare meglio il lavoro. È su questo terreno che si gioca il futuro del Paese.
Pier Luigi Ledda – segretario generale Cisl Sardegna