Sabato, 28 marzo 2026 14:34:16
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L’Italia sta attraversando un passaggio economico che impone una riflessione seria e non più rinviabile. L’esperienza del PNRR ha reso evidente una verità scomoda: non è la quantità di
spesa pubblica a garantire crescita, ma la qualità delle scelte che accompagnano quella spesa.
Dopo decenni in cui il Paese ha attribuito la stagnazione alla mancanza di risorse, sono arrivati oltre 200 miliardi europei e la crescita resta debole: intorno allo 0,5% nel 2025. Un dato che non
è una catastrofe, ma neppure una risposta all’altezza delle attese.
Questo ci obbliga a cambiare prospettiva. Senza un salto di qualità nella produttività, nell’organizzazione dei mercati e nelle politiche del lavoro, nessun piano straordinario può rimettere in moto un sistema economico che fatica da oltre trent’anni. Nel breve periodo pesano due zavorre evidenti. La prima è il tema dei salari, tra i più fermi d’Europa: l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e compresso la domanda interna. La seconda è il costo dell’energia, strutturalmente più alto rispetto ai competitor, che riduce competitività e investimenti.
Ma il vero problema è strutturale. Dalla metà degli anni Novanta l’Italia è tra i Paesi avanzati che crescono meno. Le cause sono note: produttività stagnante, imprese troppo piccole per competere su scala globale, mercati poco dinamici, servizi pubblici inefficienti, debole integrazione tra formazione e sistema produttivo. Non è una crisi improvvisa: è una lunga erosione mai affrontata con una strategia condivisa.
È in questo contesto che la CISL, attraverso la sua segretaria generale Daniela Fumarola, rilancia la proposta di un Patto nazionale della responsabilità tra Governo, parti sociali e sistema produttivo. Non un accordo simbolico, ma una struttura stabile di confronto che metta al centro salari, produttività, politiche industriali, energia, formazione e coesione sociale. La crescita, in questa visione, non è solo un dato contabile: è qualità del lavoro, redistribuzione, investimenti nel capitale umano.
La stessa esigenza vale per la Sardegna, dove le fragilità nazionali sono amplificate dall’insularità: costi energetici e logistici più alti, squilibri territoriali, fragilità industriali,
emigrazione giovanile. Per questo la CISL sarda propone un Patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione che colleghi industria, transizione energetica e competenze.
Non basta spendere: servono scelte strutturali e lavoro di qualità. Il punto è semplice: senza un patto sociale e produttivo di lungo periodo, Italia e Sardegna resteranno intrappolate in una crescita fragile e intermittente. Il PNRR è un’opportunità importante, ma non può sostituire una vera politica industriale, la forza della contrattazione e la riforma dei servizi pubblici. La sfida decisiva non è spendere di più, ma spendere meglio, produrre di più e pagare meglio il lavoro. È su questo terreno che si gioca il futuro del Paese.

Pier Luigi Ledda – segretario generale Cisl Sardegna
Le parole del Presidente della Repubblica nel centenario del Nobel a Grazia Deledda e il percorso avviato in Consiglio regionale verso una possibile fase statutaria, in parte costituente, offrono alla
Sardegna un’occasione rara: fermarsi a riflettere su sé stessa e ripensare il senso dell’autonomia dentro le trasformazioni che ci accompagnano verso il 2030. Non è un esercizio celebrativo, ma una
scelta di prospettiva: capire se l’autonomia speciale può tornare a essere strumento di sviluppo e coesione o restare una cornice formale incapace di incidere sui nodi reali.

Le grandi vertenze e le attese che segnano la vita dell’Isola — trasporti, energia, industria, ricerca,
università, scuola, sanità, credito, lavoro — sono tutte legate al tema autonomistico. Dentro queste questioni rientrano formazione professionale, politiche attive e costruzione delle competenze
necessarie alle transizioni in corso. Eppure l’autonomia non sempre riesce a esprimere il proprio potenziale come leva di crescita, equità territoriale e giustizia sociale. È qui che si misura la
distanza tra un’autonomia enunciata e una praticata: tra la rivendicazione di poteri e la capacità di usarli per migliorare la qualità della vita e la competitività del sistema Sardegna.
Per la CISL sarda non è tempo di atteggiamenti rinunciatari. In questa fase istituzionale occorre definire i tratti di una nuova autonomia, capace di aggiornare strumenti e responsabilità. Non una
rottura con le radici, ma una rigenerazione: l’autonomia come costruzione viva, che cresce per guidare la Sardegna nelle trasformazioni economiche, demografiche e tecnologiche.
Immaginarla significa comporre un mosaico di tasselli innovativi: più poteri effettivi nelle politiche strategiche, una relazione matura con lo Stato, un rapporto diretto con l’Unione Europea, una
capacità amministrativa rafforzata e una programmazione integrata tra sviluppo economico e diritti sociali. Università, istruzione, formazione e politiche attive diventano infrastrutture decisive: senza
investimento sulle competenze non esiste autonomia capace di generare sviluppo. In questo quadro diventa centrale per la Sardegna costruire un vero patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione,
capace di tenere insieme istituzioni e parti sociali in una strategia condivisa di crescita.
L’autonomia non è separazione, ma responsabilità.

Attualizzare i codici statutari significa valorizzare identità e potenzialità produttive, energetiche e culturali. Significa trasformare la specialità in capacità di investimento, governo delle transizioni
ecologica e digitale, creazione di opportunità per i giovani attraverso lavoro qualificato e formazione continua. Senza questa evoluzione il rischio è un’autonomia difensiva, incapace di
intercettare le dinamiche che stanno ridisegnando l’Europa.
Questo passaggio riguarda istituzioni, parti sociali e comunità regionale. L’autonomia vive nella qualità delle politiche pubbliche e nella capacità di creare lavoro stabile e sviluppo sostenibile. Per
la CISL sarda è una responsabilità collettiva: costruire un’autonomia più efficace, più giusta, orientata alla crescita e alla valorizzazione delle competenze.
Non una rivendicazione astratta, ma un progetto concreto per rigenerare le potenzialità dell’Isola. In questo senso la nuova autonomia può diventare il motore di una nuova stagione di rinascita,
rafforzata dal riconoscimento dell’insularità in Costituzione: non un simbolo, ma l’impegno a rimuovere svantaggi strutturali e garantire pari opportunità di sviluppo. Da qui può ripartire una
visione capace di unire identità e innovazione e restituire alla Sardegna un ruolo pieno nel futuro del Paese e dell’Europa.

Pier Luigi Ledda – Segretario Generale della CISL Sarda
La CISL Sardegna esprime apprezzamento per l’ordine del giorno presentato in Consiglio regionale dai consiglieri Deriu, Ciusa, Orrù, Porcu, Pizzuto, Cocco, Truzzu, Cocciu, Peru, Ticca e Schirru. L’atto, sttoscritto da esponenti di maggioranza e opposizione nell’ambito della Legge di stabilità regionale 2026, impegna la Regione ad avviare interventi strutturali per ridurre i costi dell’intero ciclo di istruzione e formazione – dalla prima infanzia all’università – come misura di contrasto allo spopolamento, all’invecchiamento demografico e all’emigrazione dei giovani.
Per la CISL si tratta di un segnale importante che coglie un nodo strategico: sostenere le famiglie e abbattere il costo economico della genitorialità non è una scelta di equità sociale ma una vera politica di sviluppo. Quando il reddito disponibile cresce in modo stabile, crescono con esso consumi, fiducia e capacità di investimento, con effetti diretti sull’economia reale. In una regione segnata da denatalità e contrazione demografica, interventi concreti su infanzia, scuola e formazione sono una scelta di prospettiva, non una voce di spesa residuale. Le proposte sostenute dalla CISL – dal rafforzamento dei servizi per l’infanzia a una fiscalità più equa per i nuclei con figli, fino agli investimento su scuola, formazione e lavoro stabile – puntano tutte nella stessa direzione: abbattere il costo della genitorialità fino al punto in cui mettere al mondo un figlio non venga più percepito come un rischio economico. Il sostegno al reddito, da solo, non è sufficiente a fermare l’emigrazione giovanile. Per trattenere competenze servono politiche industriali. Occupazione qualificata, salari adeguati e servizi efficienti. Ma rafforzare le famiglie significa costruire la base sociale su cui queste politiche possono attecchire: meno povertà familiare equivale a più coesione, più domanda interna e maggiori margini di sviluppo locale.
«Sostenere le famiglie e ridurre i costi dell’istruzione significa fare una scelta politica di lungo periodo – dichiara Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna –. Non parliamo di assistenza, ma di investimenti sulla struttura sociale e produttiva dell’Isola. Natalità, lavoro, scuola e servizi sono parti dello stesso progetto. Per contrastare il declino demografico serve un patto sociale che tenga insieme crescita e giustizia. Investire oggi sulle famiglie significa investire sulla tenuta futura della Sardegna».
La Cisl Sardegna auspica che l’ordine del giorno si traduca rapidamente in misure operative stabili, integrate con le politiche sul lavoro, formazione e sviluppo, nel quadro di un confronto strutturato con le parti.

La decisione sul dimensionamento della rete scolastica in Sardegna colpisce un territorio già segnato da criticità sociali, demografiche e formative.
«In Sardegna, con il 17% di dispersione scolastica e un ragazzo su tre che ha difficoltà nella comprensione dei testi e nel calcolo, ci aspettavamo maggior attenzione dal governo nazionale. Un dimensionamento basato solo su criteri numerici penalizza studenti, famiglie e personale scolastico», dichiara Mirko Idili della CISL Sardegna. L’istruzione non è un costo ma un investimento sul futuro dei nostri ragazzi.

La CISL Sardegna esprime forte preoccupazione per la decisione di interrompere gli strumenti di sostegno al reddito per i lavoratori delle aree industriali di Portovesme e Porto Torres, una scelta
che rischia di lasciare senza tutele circa 300 persone già duramente colpite dalla crisi industriale. Siamo di fronte a una situazione socialmente esplosiva, che colpisce territori segnati da anni di
difficoltà produttive, vertenze irrisolte e incertezze sul futuro industriale. In assenza di un quadro chiaro di rilancio e di politiche industriali credibili, togliere anche gli ammortizzatori sociali
significa scaricare interamente il peso della crisi sui lavoratori e sulle loro famiglie.

“Tagliare le risorse in questa fase è una scelta grave e incomprensibile. Parliamo di persone che da anni vivono in una condizione di sospensione, legata a crisi industriali mai realmente risolte. Senza ammortizzatori non si colpiscono numeri, si colpiscono famiglie e comunità intere. È una decisione che va rivista immediatamente”, dichiara Federica Tilocca, segretaria regionale CISL Sardegna.

La CISL chiede al Governo nazionale e alla Regione Sardegna un intervento urgente per garantire la continuità degli strumenti di sostegno al reddito, collegandoli però a un vero piano di politica
industriale per le aree di crisi complessa. Non basta prorogare l’emergenza: serve una strategia che rimetta al centro lavoro, investimenti, riconversione produttiva e transizione energetica sostenibile.
“Portovesme e Porto Torres non possono essere lasciate sole. Serve un tavolo straordinario che unisca ammortizzatori, politiche attive e rilancio industriale. La Sardegna non può continuare a pagare il prezzo di ritardi e scelte nazionali che non tengono conto della nostra fragilità industriale e territoriale”, prosegue Tilocca.
La CISL Sardegna ribadisce la propria disponibilità a un confronto immediato con tutte le istituzioni e le parti sociali per individuare soluzioni strutturali. In assenza di risposte rapide, il
rischio è un ulteriore impoverimento economico e sociale di territori che hanno già dato troppo.

Il lavoro e la dignità delle persone non possono diventare una variabile secondaria delle politiche di bilancio. Servono responsabilità, visione e scelte
Intervento di Pierluigi Ledda – Segretario Generale CISL Sardegna
Tavolo 3 “Costruire il futuro: il ruolo dei sindacati tra formazione e lavoro”
Conferenza regionale per le Politiche del Lavoro – Oristano, 30 gennaio 2026


Il tavolo che ci ospita “Costruire il futuro” richiama a una responsabilità condivisa: quella di rendere le politiche del lavoro e formazione strumenti reali di sviluppo umano e sociale. La CISL Sardegna accoglie questa sfida con spirito propositivo, portando il proprio contributo di analisi, di proposta e di esperienza concreta maturata nel territorio.
Siamo in un passaggio di fase che richiede lucidità e visione.
Il Programma GOL – Garanzia Occupabilità dei Lavoratori – rappresenta la più significativa iniziativa di riforma delle politiche attive del lavoro degli ultimi anni, fortemente voluta all’interno del PNRR per rispondere in modo strutturale alla necessità di rafforzare i servizi per l’impiego, di accompagnare le persone nella transizione e di connettere meglio formazione e lavoro.
Il bilancio per la Sardegna, oggi, è articolato. Da un lato, va riconosciuto lo sforzo compiuto per attivare e consolidare una nuova impostazione basata sulla presa in carico personalizzata, sulla profilazione, sull’orientamento specialistico e sui percorsi formativi orientati al reinserimento. Si tratta di un cambiamento culturale e operativo non banale, che ha richiesto tempi di adattamento e un investimento importante da parte del sistema regionale, a partire dai Centri per l’Impiego e dall’ASPAL. Su questo mi preme sottolineare l’importanza del riconoscere il grande lavoro e la professionalità garantita dai lavoratori di Aspal impegnati a garantire l’attuazione delle politica attive.
Dall’altro, non possiamo ignorare le difficoltà incontrate nell’attuazione. I numeri ci dicono che alcuni obiettivi non sono stati raggiunti: la profilazione è stata parziale, i percorsi formativi sono partiti in ritardo e una parte significativa delle risorse disponibili non è stata spesa nei tempi previsti. Questo, però, non è un fallimento: è un segnale. Un segnale che indica dove e come intervenire per rendere più efficaci le nostre azioni future.

Il primo punto, dunque, che la CISL intende porre è quello della continuità. Il GOL, nella sua attuale formulazione, si concluderà a metà del 2026. È fondamentale, fin da ora, garantire che non vi sia alcuna interruzione nei servizi per il lavoro, nell’orientamento, nella formazione e nell’accompagnamento. Non possiamo permettere che i percorsi avviati si disperdano, né che i progressi ottenuti vadano perduti.
Per questo, riteniamo necessario che la Regione valuti con urgenza l’istituzione di un fondo regionale stabile per le politiche attive, che consenta di colmare il vuoto temporale e strategico tra la chiusura del GOL e l’avvio di eventuali nuovi strumenti nazionali o comunitari.
Si tratterebbe di un segnale forte: un impegno diretto della Regione sul terreno dell’occupabilità, della formazione, dell’inclusione attiva. Un fondo regionale permetterebbe di stabilizzare i servizi, pianificare con continuità e, soprattutto, continuare a offrire risposte concrete ai cittadini in transizione lavorativa.
Questo investimento, a nostro avviso, ha un valore anche simbolico: affermerebbe con chiarezza che il lavoro e le competenze sono una priorità politica permanente, non legata solo alle opportunità straordinarie del PNRR.
Accanto al tema delle risorse, c’è però un’esigenza altrettanto centrale: quella di rafforzare l’efficacia delle politiche attive, correggendo le fragilità emerse e capitalizzando le esperienze maturate. Vorrei soffermarmi brevemente su alcuni aspetti.
Anzitutto, il funzionamento dei Centri per l’Impiego e dei Servizi per il Lavoro privati.
I CPI rappresentano il cuore del sistema pubblico dei servizi per il lavoro. Ma questo cuore deve battere in sinergia ed in accordo con il sistema privato, altrimenti c’è il rischio che il sangue non affluisca correttamente verso coloro che ne dovrebbero beneficiare.
In Sardegna si registrano limiti strutturali legati al numero degli operatori, alla formazione continua, al peso delle incombenze burocratiche e a un’infrastruttura digitale ancora perfettibile. È necessario investire in capitale umano e in tecnologie, ma anche nel riorientamento del modello organizzativo, affinché CPI e Servizi per il Lavoro privati possano dedicare più tempo alla relazione con l’utenza e meno alla rendicontazione.

In secondo luogo, riteniamo essenziale rilanciare una governance integrata e collaborativa tra il sistema pubblico e gli enti privati accreditati. La CISL ritiene che, nel rispetto delle competenze e delle regole, gli enti accreditati possano rappresentare un alleato strategico nell’erogazione dei servizi di orientamento specialistico, formazione e accompagnamento al lavoro.
Non si tratta di sostituire il pubblico, ma di costruire un modello cooperativo, dove ogni soggetto contribuisce con le proprie competenze e risorse al raggiungimento di un obiettivo comune: far incontrare domanda e offerta, migliorare le competenze, facilitare l’ingresso stabile nel mercato del lavoro.
In questo senso, proponiamo la creazione di un tavolo permanente di coordinamento tra Regione, ASPAL, parti sociali e sistema degli enti accreditati, che possa orientare la programmazione, risolvere rapidamente le criticità operative e favorire l’allineamento tra politiche, strumenti e bisogni del territorio.

Terzo tema: la formazione. Il Programma GOL ha mostrato quanto sia difficile, ma fondamentale, costruire un’offerta formativa realmente coerente con i fabbisogni delle imprese e dei settori strategici. Troppo spesso, in passato, si è assistito a corsi disancorati dalle esigenze produttive o poco spendibili in termini occupazionali. Serve un osservatorio stabile sulle competenze, che aiuti a individuare tempestivamente i profili richiesti, i mestieri emergenti, le aree su cui investire. Formare per il lavoro – e non solo per la formazione – deve essere la bussola.

Infine, il tema della qualità dell’occupazione. In Sardegna, come nel resto del Paese, il rischio di polarizzazione è concreto: più occupati, ma spesso in condizioni instabili, con salari bassi e prospettive incerte.
La CISL insiste da tempo su un principio: la quantità di occupazione deve andare di pari passo con la sua qualità. Questo significa promuovere contratti stabili, salari adeguati, crescita professionale e carriere previdenziali sostenibili. Le politiche attive devono essere al servizio di questo obiettivo, e non limitarsi alla ricollocazione formale.

La CISL Sardegna guarda con favore a momenti come questo, di confronto aperto e strategico. Ma chiede che l’ascolto si traduca in impegni concreti e strutturali.
Servono risorse, certo. Ma serve soprattutto una visione condivisa: una politica del lavoro che guardi avanti, che coinvolga tutti gli attori, che metta al centro la persona e la dignità del lavoro.

Noi siamo pronti a fare la nostra parte, come sempre, con spirito costruttivo e senso di responsabilità.
La sfida che ci attende è grande, ma lo è anche la posta in gioco: offrire ai lavoratori e ai giovani sardi la possibilità non solo di lavorare, ma di farlo in modo stabile, competente e dignitoso.