Lunedì, 23 febbraio 2026 12:35:33
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Ledda: “Legalità e fermezza, ma no a concentrazioni sproporzionate sull’Isola”
La CISL Sardegna aderisce, fin dal primo momento, alla manifestazione pubblica di sabato 28 febbraio in Piazza Palazzo a Cagliari, promossa dalla Presidente della Regione Alessandra Todde, insieme a istituzioni locali, organizzazioni sociali e sindacali, contro l’ipotesi di concentrare in Sardegna tre dei sette istituti individuati come strutture “con padiglioni” esclusivamente dedicati al regime di 41-bis.
Il Segretario Generale della CISL Sardegna, Pier Luigi Ledda, ribadisce la posizione dell’organizzazione:
«La CISL non mette in discussione il principio di legalità né la necessità di strumenti rigorosi contro la criminalità organizzata. Il 41-bis è previsto dall’ordinamento e va applicato con fermezza. Ma la scelta di concentrare in Sardegna una quota così rilevante delle strutture dedicate deve essere rivista: il sistema penitenziario è nazionale e nazionale deve essere anche la distribuzione delle sue funzioni più delicate».
Per la CISL Sardegna il punto è strutturale: «Non si tratta di compensazioni, ma di equilibrio territoriale. La Sardegna non può diventare il baricentro permanente dell’alta sicurezza. Se il contrasto alle mafie è una priorità dello Stato, deve essere una responsabilità condivisa». Accanto al tema della sicurezza, la CISL richiama con forza la condizione del personale e dei servizi.
Il Segretario Generale della FNS CISL Sardegna, Giovanni Villa, evidenzia: «Gli istituti penitenziari sardi operano già oggi in condizioni di forte pressione organizzativa. La Polizia Penitenziaria sconta carenze di organico e carichi di lavoro elevati. Un’eventuale concentrazione stabile delle strutture 41-bis aumenterebbe ulteriormente la complessità operativa e le esigenze di sicurezza. La FNS CISL sarda concentra il proprio impegno sulle condizioni operative della Polizia Penitenziaria, affinché ogni scelta sia accompagnata da risorse, organici e strumenti adeguati a garantire sicurezza e dignità professionale. Le istituzioni lavorino all’unisono affinché
il sistema non venga travolto da un vortice di sofferenza maggiore».
La CISL pone inoltre l’accento sulla sanità penitenziaria, che in Sardegna presenta già criticità evidenti. «L’assistenza sanitaria negli istituti – sottolinea Ledda – è oggi caratterizzata da carenze di personale medico e infermieristico, diffcoltà
nel garantire continuità assistenziale e tempi adeguati per visite specialistiche. In alcune realtà si registrano scoperture nei turni e un forte ricorso a soluzioni temporanee. Prima di ipotizzare un incremento stabile delle funzioni di alta sicurezza, occorre prendere atto che la sanità penitenziaria è già oggi sotto pressione».
Secondo la CISL Sardegna, ogni eventuale rafforzamento dell’alta sicurezza sull’Isola dovrebbe essere accompagnato da:
• incremento strutturale degli organici della Polizia Penitenziaria;
• potenziamento del personale amministrativo e trattamentale;
• rafforzamento immediato e stabile della sanità penitenziaria con risorse dedicate;
• investimenti in sicurezza, tecnologie e adeguamento delle strutture.
«La sicurezza – concludono Ledda e Villa – si costruisce con equilibrio, professionalità e risorse adeguate. Non può essere perseguita con scelte che concentrano su un solo territorio un carico sproporzionato senza rafforzare preventivamente uomini, servizi e infrastrutture».
L’Italia sta attraversando un passaggio economico che impone una riflessione seria e non più rinviabile. L’esperienza del PNRR ha reso evidente una verità scomoda: non è la quantità di
spesa pubblica a garantire crescita, ma la qualità delle scelte che accompagnano quella spesa.
Dopo decenni in cui il Paese ha attribuito la stagnazione alla mancanza di risorse, sono arrivati oltre 200 miliardi europei e la crescita resta debole: intorno allo 0,5% nel 2025. Un dato che non
è una catastrofe, ma neppure una risposta all’altezza delle attese.
Questo ci obbliga a cambiare prospettiva. Senza un salto di qualità nella produttività, nell’organizzazione dei mercati e nelle politiche del lavoro, nessun piano straordinario può rimettere in moto un sistema economico che fatica da oltre trent’anni. Nel breve periodo pesano due zavorre evidenti. La prima è il tema dei salari, tra i più fermi d’Europa: l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e compresso la domanda interna. La seconda è il costo dell’energia, strutturalmente più alto rispetto ai competitor, che riduce competitività e investimenti.
Ma il vero problema è strutturale. Dalla metà degli anni Novanta l’Italia è tra i Paesi avanzati che crescono meno. Le cause sono note: produttività stagnante, imprese troppo piccole per competere su scala globale, mercati poco dinamici, servizi pubblici inefficienti, debole integrazione tra formazione e sistema produttivo. Non è una crisi improvvisa: è una lunga erosione mai affrontata con una strategia condivisa.
È in questo contesto che la CISL, attraverso la sua segretaria generale Daniela Fumarola, rilancia la proposta di un Patto nazionale della responsabilità tra Governo, parti sociali e sistema produttivo. Non un accordo simbolico, ma una struttura stabile di confronto che metta al centro salari, produttività, politiche industriali, energia, formazione e coesione sociale. La crescita, in questa visione, non è solo un dato contabile: è qualità del lavoro, redistribuzione, investimenti nel capitale umano.
La stessa esigenza vale per la Sardegna, dove le fragilità nazionali sono amplificate dall’insularità: costi energetici e logistici più alti, squilibri territoriali, fragilità industriali,
emigrazione giovanile. Per questo la CISL sarda propone un Patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione che colleghi industria, transizione energetica e competenze.
Non basta spendere: servono scelte strutturali e lavoro di qualità. Il punto è semplice: senza un patto sociale e produttivo di lungo periodo, Italia e Sardegna resteranno intrappolate in una crescita fragile e intermittente. Il PNRR è un’opportunità importante, ma non può sostituire una vera politica industriale, la forza della contrattazione e la riforma dei servizi pubblici. La sfida decisiva non è spendere di più, ma spendere meglio, produrre di più e pagare meglio il lavoro. È su questo terreno che si gioca il futuro del Paese.

Pier Luigi Ledda – segretario generale Cisl Sardegna
Le parole del Presidente della Repubblica nel centenario del Nobel a Grazia Deledda e il percorso avviato in Consiglio regionale verso una possibile fase statutaria, in parte costituente, offrono alla
Sardegna un’occasione rara: fermarsi a riflettere su sé stessa e ripensare il senso dell’autonomia dentro le trasformazioni che ci accompagnano verso il 2030. Non è un esercizio celebrativo, ma una
scelta di prospettiva: capire se l’autonomia speciale può tornare a essere strumento di sviluppo e coesione o restare una cornice formale incapace di incidere sui nodi reali.

Le grandi vertenze e le attese che segnano la vita dell’Isola — trasporti, energia, industria, ricerca,
università, scuola, sanità, credito, lavoro — sono tutte legate al tema autonomistico. Dentro queste questioni rientrano formazione professionale, politiche attive e costruzione delle competenze
necessarie alle transizioni in corso. Eppure l’autonomia non sempre riesce a esprimere il proprio potenziale come leva di crescita, equità territoriale e giustizia sociale. È qui che si misura la
distanza tra un’autonomia enunciata e una praticata: tra la rivendicazione di poteri e la capacità di usarli per migliorare la qualità della vita e la competitività del sistema Sardegna.
Per la CISL sarda non è tempo di atteggiamenti rinunciatari. In questa fase istituzionale occorre definire i tratti di una nuova autonomia, capace di aggiornare strumenti e responsabilità. Non una
rottura con le radici, ma una rigenerazione: l’autonomia come costruzione viva, che cresce per guidare la Sardegna nelle trasformazioni economiche, demografiche e tecnologiche.
Immaginarla significa comporre un mosaico di tasselli innovativi: più poteri effettivi nelle politiche strategiche, una relazione matura con lo Stato, un rapporto diretto con l’Unione Europea, una
capacità amministrativa rafforzata e una programmazione integrata tra sviluppo economico e diritti sociali. Università, istruzione, formazione e politiche attive diventano infrastrutture decisive: senza
investimento sulle competenze non esiste autonomia capace di generare sviluppo. In questo quadro diventa centrale per la Sardegna costruire un vero patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione,
capace di tenere insieme istituzioni e parti sociali in una strategia condivisa di crescita.
L’autonomia non è separazione, ma responsabilità.

Attualizzare i codici statutari significa valorizzare identità e potenzialità produttive, energetiche e culturali. Significa trasformare la specialità in capacità di investimento, governo delle transizioni
ecologica e digitale, creazione di opportunità per i giovani attraverso lavoro qualificato e formazione continua. Senza questa evoluzione il rischio è un’autonomia difensiva, incapace di
intercettare le dinamiche che stanno ridisegnando l’Europa.
Questo passaggio riguarda istituzioni, parti sociali e comunità regionale. L’autonomia vive nella qualità delle politiche pubbliche e nella capacità di creare lavoro stabile e sviluppo sostenibile. Per
la CISL sarda è una responsabilità collettiva: costruire un’autonomia più efficace, più giusta, orientata alla crescita e alla valorizzazione delle competenze.
Non una rivendicazione astratta, ma un progetto concreto per rigenerare le potenzialità dell’Isola. In questo senso la nuova autonomia può diventare il motore di una nuova stagione di rinascita,
rafforzata dal riconoscimento dell’insularità in Costituzione: non un simbolo, ma l’impegno a rimuovere svantaggi strutturali e garantire pari opportunità di sviluppo. Da qui può ripartire una
visione capace di unire identità e innovazione e restituire alla Sardegna un ruolo pieno nel futuro del Paese e dell’Europa.

Pier Luigi Ledda – Segretario Generale della CISL Sarda
La CISL Sardegna esprime apprezzamento per l’ordine del giorno presentato in Consiglio regionale dai consiglieri Deriu, Ciusa, Orrù, Porcu, Pizzuto, Cocco, Truzzu, Cocciu, Peru, Ticca e Schirru. L’atto, sttoscritto da esponenti di maggioranza e opposizione nell’ambito della Legge di stabilità regionale 2026, impegna la Regione ad avviare interventi strutturali per ridurre i costi dell’intero ciclo di istruzione e formazione – dalla prima infanzia all’università – come misura di contrasto allo spopolamento, all’invecchiamento demografico e all’emigrazione dei giovani.
Per la CISL si tratta di un segnale importante che coglie un nodo strategico: sostenere le famiglie e abbattere il costo economico della genitorialità non è una scelta di equità sociale ma una vera politica di sviluppo. Quando il reddito disponibile cresce in modo stabile, crescono con esso consumi, fiducia e capacità di investimento, con effetti diretti sull’economia reale. In una regione segnata da denatalità e contrazione demografica, interventi concreti su infanzia, scuola e formazione sono una scelta di prospettiva, non una voce di spesa residuale. Le proposte sostenute dalla CISL – dal rafforzamento dei servizi per l’infanzia a una fiscalità più equa per i nuclei con figli, fino agli investimento su scuola, formazione e lavoro stabile – puntano tutte nella stessa direzione: abbattere il costo della genitorialità fino al punto in cui mettere al mondo un figlio non venga più percepito come un rischio economico. Il sostegno al reddito, da solo, non è sufficiente a fermare l’emigrazione giovanile. Per trattenere competenze servono politiche industriali. Occupazione qualificata, salari adeguati e servizi efficienti. Ma rafforzare le famiglie significa costruire la base sociale su cui queste politiche possono attecchire: meno povertà familiare equivale a più coesione, più domanda interna e maggiori margini di sviluppo locale.
«Sostenere le famiglie e ridurre i costi dell’istruzione significa fare una scelta politica di lungo periodo – dichiara Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna –. Non parliamo di assistenza, ma di investimenti sulla struttura sociale e produttiva dell’Isola. Natalità, lavoro, scuola e servizi sono parti dello stesso progetto. Per contrastare il declino demografico serve un patto sociale che tenga insieme crescita e giustizia. Investire oggi sulle famiglie significa investire sulla tenuta futura della Sardegna».
La Cisl Sardegna auspica che l’ordine del giorno si traduca rapidamente in misure operative stabili, integrate con le politiche sul lavoro, formazione e sviluppo, nel quadro di un confronto strutturato con le parti.

La decisione sul dimensionamento della rete scolastica in Sardegna colpisce un territorio già segnato da criticità sociali, demografiche e formative.
«In Sardegna, con il 17% di dispersione scolastica e un ragazzo su tre che ha difficoltà nella comprensione dei testi e nel calcolo, ci aspettavamo maggior attenzione dal governo nazionale. Un dimensionamento basato solo su criteri numerici penalizza studenti, famiglie e personale scolastico», dichiara Mirko Idili della CISL Sardegna. L’istruzione non è un costo ma un investimento sul futuro dei nostri ragazzi.

La CISL Sardegna esprime forte preoccupazione per la decisione di interrompere gli strumenti di sostegno al reddito per i lavoratori delle aree industriali di Portovesme e Porto Torres, una scelta
che rischia di lasciare senza tutele circa 300 persone già duramente colpite dalla crisi industriale. Siamo di fronte a una situazione socialmente esplosiva, che colpisce territori segnati da anni di
difficoltà produttive, vertenze irrisolte e incertezze sul futuro industriale. In assenza di un quadro chiaro di rilancio e di politiche industriali credibili, togliere anche gli ammortizzatori sociali
significa scaricare interamente il peso della crisi sui lavoratori e sulle loro famiglie.

“Tagliare le risorse in questa fase è una scelta grave e incomprensibile. Parliamo di persone che da anni vivono in una condizione di sospensione, legata a crisi industriali mai realmente risolte. Senza ammortizzatori non si colpiscono numeri, si colpiscono famiglie e comunità intere. È una decisione che va rivista immediatamente”, dichiara Federica Tilocca, segretaria regionale CISL Sardegna.

La CISL chiede al Governo nazionale e alla Regione Sardegna un intervento urgente per garantire la continuità degli strumenti di sostegno al reddito, collegandoli però a un vero piano di politica
industriale per le aree di crisi complessa. Non basta prorogare l’emergenza: serve una strategia che rimetta al centro lavoro, investimenti, riconversione produttiva e transizione energetica sostenibile.
“Portovesme e Porto Torres non possono essere lasciate sole. Serve un tavolo straordinario che unisca ammortizzatori, politiche attive e rilancio industriale. La Sardegna non può continuare a pagare il prezzo di ritardi e scelte nazionali che non tengono conto della nostra fragilità industriale e territoriale”, prosegue Tilocca.
La CISL Sardegna ribadisce la propria disponibilità a un confronto immediato con tutte le istituzioni e le parti sociali per individuare soluzioni strutturali. In assenza di risposte rapide, il
rischio è un ulteriore impoverimento economico e sociale di territori che hanno già dato troppo.

Il lavoro e la dignità delle persone non possono diventare una variabile secondaria delle politiche di bilancio. Servono responsabilità, visione e scelte