oggi mi è capitato di vedere un’immagine che mi ha fatto riflettere. A Milano, durante le celebrazioni per i 120 anni della CGIL, una delle iniziative dedicate alle trasformazioni del lavoro aveva un titolo molto semplice: “La persona al centro”.
Non mi interessa rivendicare primogeniture. Quell’immagine mi ha fatto pensare soprattutto a noi: non a ciò che possiamo rivendicare del nostro passato, ma a quanto di quella storia continuiamo davvero a vivere nel nostro modo di essere CISL.
Perché mettere la persona al centro, per la CISL, non è una formula incontrata lungo il cammino. È uno dei punti dai quali siamo partiti.
Quando nel 1950 nasce la CISL, Giulio Pastore e quella generazione di sindacalisti provano a costruire qualcosa di nuovo: un sindacato libero, autonomo, fondato sull’adesione volontaria delle persone, sull’associazione, sulla contrattazione e sulla responsabilità. Mario Romani dà a quel progetto una profondità culturale e formativa fondamentale. E dentro quella stagione troviamo anche due sardi, Vincenzo Saba e Giovanni Marongiu, che hanno lasciato un segno importante nella cultura e nella formazione della CISL.
Non li richiamo per celebrare il passato. Mi interessa quello che continuano a dire a noi.
Quella generazione aveva compreso che un’Organizzazione senza cultura rischia prima o poi di diventare soltanto organizzazione. Per rappresentare il lavoro bisogna capire ciò che cambia, formare persone, costruire classe dirigente e avere un’idea della società che vogliamo contribuire a realizzare.
Mettere la persona al centro aveva, e ha, conseguenze molto concrete. Significa assumere la persona come misura dell’Organizzazione, dell’economia e delle istituzioni. È questa la radice personalista della CISL.
Ma non parliamo di una persona sola. Parliamo di una persona che vive dentro relazioni, lavoro e comunità e che, associandosi liberamente ad altri, costruisce rappresentanza. È da qui che nasce anche la nostra idea di sindacato-associazione e di sussidiarietà: riconoscere alle persone e alle loro comunità la possibilità di assumersi responsabilità.
Al fondo c’è poi una parola ancora più semplice: libertà. La libertà della persona di associarsi e quella del sindacato di rappresentare il lavoro, dialogando con la politica, i governi e le imprese senza dipendere da nessuno di essi. È dentro questa idea di libertà che si colloca la nostra autonomia.
Un’autonomia che deve tradursi in capacità concreta di incidere. Ed è qui che hanno rilevanza la contrattazione e la partecipazione. Contrattare non significa soltanto conquistare salario, diritti e migliori condizioni di lavoro. Significa fare in modo che chi lavora non sia soltanto destinatario delle decisioni, ma possa concorrere a determinarle.
Ed è proprio qui che la nostra storia comincia a interrogare noi.
Quanto di quella cultura vive ancora nel nostro modo quotidiano di essere CISL?
Se diciamo che l’Organizzazione deve essere al servizio della persona, dobbiamo domandarci se, crescendo, non abbiamo qualche volta costruito apparati che rischiano di diventare più importanti della rappresentanza.
Se siamo un sindacato-associazione, dobbiamo chiederci quanto un iscritto si senta davvero parte dell’Organizzazione e non soltanto destinatario di una tutela o di un servizio; quanto spazio reale abbiano iscritti, delegati, RSU e RSA; quanto riusciamo a essere presenti nei luoghi di lavoro, a costruire rappresentanza e ad allargare gli spazi della contrattazione e della partecipazione.
Se crediamo nella partecipazione, dobbiamo praticarla anche dentro casa nostra. E se l’autonomia è uno dei tratti della nostra identità, dobbiamo saperla esercitare soprattutto quando costa, quando ci chiede di assumere una posizione senza farci condizionare da appartenenze, convenienze o schieramenti.
Sono domande che dobbiamo rivolgere prima di tutto a noi stessi. Io per primo, per la responsabilità che esercito nella nostra Organizzazione.
Le radici non servono a dirci che abbiamo ragione. Servono a ricordarci chi abbiamo scelto di essere.
Anche la storia della CISL sarda può aiutarci a guardarci dentro.
Nel 1961, davanti alla stagione del Piano di Rinascita, nacque un coordinamento regionale capace di superare le separatezze territoriali e dare alla CISL una voce più unitaria davanti alle scelte sullo sviluppo dell’Isola. A guidarlo fu Giannetto Lay.
Non voglio forzare parallelismi tra stagioni profondamente diverse. Ma quella esperienza ci consegna una domanda:
siamo organizzati nel modo migliore per rappresentare la Sardegna che abbiamo davanti?
E quella storia sarebbe incomprensibile senza le generazioni di dirigenti, delegati, militanti e iscritti che hanno fatto vivere quelle idee nei luoghi di lavoro e nei territori. Il personalismo della CISL non è rimasto nei libri. Ha camminato sulle gambe delle persone.
È alla luce di questa storia che dobbiamo avere il coraggio di misurare anche il nostro modo di stare tra la gente.
Non abbiamo iniziato questo percorso di cambiamento per ridisegnare un organigramma, ma perché la Sardegna, il lavoro e le persone cambiano e dobbiamo domandarci se la nostra Organizzazione cambia abbastanza per continuare a rappresentarle.
L‘efficacia del nuovo modello organizzativo si misurerà nella capacità di avvicinarci alle persone, di rappresentarle e coinvolgerle meglio e di rendere più forte la nostra azione contrattuale.
Non una CISL più concentrata su se stessa.
Una CISL più capace di stare tra le persone.
Ed è con lo stesso sguardo che dobbiamo guardare al futuro. L’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro, la transizione energetica e industriale sta ridisegnando imprese e occupazione, la crisi demografica sta già cambiando profondamente la Sardegna.
La domanda, per noi, è chi avrà voce nel governare questi cambiamenti.
È qui che contrattazione e partecipazione mostrano tutta la loro attualità: fare in modo che il cambiamento non sia soltanto qualcosa che accade alle persone, ma qualcosa che le persone possano contribuire a governare.
Forse è soprattutto questo che quell’immagine vista a Milano mi ha ricordato: quelle parole ci impegnano ancora.
Devono essere il metro con cui misuriamo ciò che siamo oggi e ciò che stiamo costruendo.
Perché il modo migliore per essere fedeli alla nostra storia non è conservarla. È continuare a costruirla.
Pier Luigi Ledda
Segretario Generale CISL Sardegna
𝐈 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢 𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐬𝐨𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐚 𝟐𝟑𝟒 𝐚 𝟏𝟑𝟐, 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝟒𝟑,𝟔%.
La CISL Sardegna chiede di rivedere i criteri e introdurre misure di salvaguardia per garantire 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐳𝐢, 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐬𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐩𝐨𝐥𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 nei territori più fragili.
«Altitudine e pendenza non bastano a rappresentare le condizioni delle nostre comunità. Devono pesare anche l’insularità, la distanza da scuole e ospedali, le difficoltà dei collegamenti e la fragilità demografica».
Il sindacato sollecita un intervento del Governo e del Parlamento e un confronto a livello regionale
𝐂𝐫𝐞𝐬𝐜𝐢𝐭𝐚, 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, 𝐬𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢, 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐞𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐢𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐚𝐞𝐬𝐞.
È questo il filo che ha attraversato oggi a Roma il 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐄𝐬𝐞𝐜𝐮𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐂𝐨𝐧𝐟𝐞𝐝𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐈𝐒𝐋.
Nella relazione della Segretaria Generale 𝐃𝐚𝐧𝐢𝐞𝐥𝐚 𝐅𝐮𝐦𝐚𝐫𝐨𝐥𝐚 è emersa una questione di fondo: in una fase segnata da instabilità internazionale, trasformazioni economiche e sociali e profondi cambiamenti nel mondo del lavoro, 𝐧𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐫𝐢𝐧𝐜𝐨𝐫𝐫𝐞𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐠𝐞𝐧𝐳𝐞. 𝐒𝐞𝐫𝐯𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐢𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞.
Il 𝐋𝐢𝐛𝐫𝐨 𝐕𝐞𝐫𝐝𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐏𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, con oltre 𝟏𝟐𝟎 proposte, nasce proprio da questa esigenza: 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢 𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀, 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐚𝐭𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢𝐠𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐢𝐚𝐥𝐞, 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐞𝐝 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚, 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢, 𝐰𝐞𝐥𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚. L’obiettivo è costruire un confronto concreto per un Patto per il lavoro, la coesione e la crescita. Una prospettiva che il Comitato Esecutivo ha fatto propria, approvando all’unanimità il documento finale.
Nel dibattito, il Segretario Generale della CISL Sardegna 𝐏𝐢𝐞𝐫 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐋𝐞𝐝𝐝𝐚 ha riportato al centro alcune delle questioni decisive per l’Isola: il dopo PNRR, la distribuzione del valore, le competenze, la politica industriale e l’attrattività dei territori.
Temi che si intrecciano con il lavoro che stiamo portando avanti in Sardegna attraverso il rapporto “𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚, 𝐢𝐥 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨”.
Perché la sfida non è soltanto creare più occupazione. È creare lavoro che valga di più: più stabile, più qualificato, meglio retribuito e capace di produrre valore. Per la Sardegna significa anche dare una prospettiva ai grandi territori industriali, dal Sulcis a Porto Torres e Macchiareddu, e creare le condizioni perché i giovani possano scegliere di restare, lavorare e costruire qui il proprio futuro
Oggi su 𝐋’𝐔𝐧𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐚 l’intervento di 𝐏𝐢𝐞𝐫 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐋𝐞𝐝𝐝𝐚, segretario generale 𝐂𝐈𝐒𝐋 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚, dal titolo “𝐀𝐮𝐭𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐯𝐮𝐨𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀”.
La Sardegna è tornata a discutere del proprio ruolo istituzionale, del rapporto con lo Stato e delle prospettive dell’autonomia. Ma 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐠𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐬𝐮 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐮𝐭𝐢𝐥𝐢𝐳𝐳𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢.
Per la CISL, 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐫𝐢𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞𝐜𝐢𝐩𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, avvicinare le responsabilità ai luoghi in cui le persone vivono e lavorano e costruire una programmazione capace di guardare alle specificità sociali ed economiche dell’Isola.
𝐔𝐧’𝐚𝐮𝐭𝐨𝐧𝐨𝐦𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐨𝐦𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐫𝐢 𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐞𝐭𝐞𝐧𝐳𝐞, 𝐦𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐨𝐧𝐬𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐞, nella programmazione e nella capacità di affrontare le sfide che riguardano la Sardegna.
𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧 𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧’𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀: trasporti, energia, competitività, servizi e coesione territoriale sono temi sui quali la Sardegna deve poter far valere una propria visione
𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐫𝐨 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐢𝐧 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐨𝐥𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐛𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐚𝐥𝐭𝐚. 𝐄̀ 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀, 𝐧𝐞𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐳𝐳𝐢, 𝐧𝐞𝐢 𝐛𝐢𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞 𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨.
Una famiglia sarda sostiene in media circa 𝟏.𝟑𝟏𝟐 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐞𝐬𝐭𝐢𝐜𝐚 e quasi 𝟐.𝟒𝟎𝟎 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭𝐢.
La spesa per i trasporti assorbiva nel 2022 quasi 𝐢𝐥 𝟗% 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐚 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐝𝐚 . Dietro quel dato ci sono il lavoratore che percorre ogni giorno decine di chilometri, chi vive nelle aree interne, chi deve raggiungere una scuola, un ospedale o un servizio senza avere una reale alternativa all’automobile.
Nel 2024 i 𝐜𝐚𝐩𝐨𝐥𝐮𝐨𝐠𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐈𝐬𝐨𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐯𝐚𝐧𝐨 𝟕𝟐𝟑 𝐚𝐮𝐭𝐨 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐞 𝐚𝐛𝐢𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢, contro una media di 651 nei capoluoghi italiani
𝐈𝐧 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐥’𝐚𝐮𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐞. 𝐄̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐞𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢𝐭𝐚̀. 𝐄 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐫𝐛𝐮𝐫𝐚𝐧𝐭𝐞, 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞𝐯𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞.
Al 19 settembre 2026, in Sardegna il gasolio self costava mediamente 𝟐,𝟑𝟒𝟑 𝐞𝐮𝐫𝐨 al litro, contro 𝟐,𝟑𝟑𝟎 della media nazionale; la benzina self 𝟐,𝟏𝟔𝟐 euro, contro 𝟐,𝟏𝟓𝟑 in Italia.
Un peso che si inserisce in un quadro già fragile: tra il 2008 e il 2023 le 𝐫𝐞𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐢 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐚𝐫𝐝𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐦𝐢𝐧𝐮𝐢𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝟏𝟓,𝟐%.
“𝐄𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚, 𝐦𝐨𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀, 𝐬𝐚𝐥𝐚𝐫𝐢, 𝐢𝐧𝐝𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚, 𝐢𝐧𝐟𝐫𝐚𝐬𝐭𝐫𝐮𝐭𝐭𝐮𝐫𝐞 𝐞 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐫𝐨𝐛𝐥𝐞𝐦𝐢 𝐬𝐞𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐢. 𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐳𝐳𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐚 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐨𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞. 𝐍𝐨𝐧 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐥𝐢𝐦𝐢𝐭𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐚 𝐠𝐞𝐬𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐞. 𝐃𝐨𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨”
La riunione di oggi non ha prodotto l’esito auspicato e 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐂𝐈𝐒𝐋 𝐢𝐥 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐦𝐞𝐫𝐬𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨.
Mancano risorse per la gestione dello stabilimento, arrivano ancora poche certezze sul futuro dell’attività produttiva e dalla proprietà non sono giunte risposte chiare né sulle intenzioni di rilancio né sull’eventuale disponibilità a cedere lo stabilimento.
Per 𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐓𝐢𝐥𝐨𝐜𝐜𝐚, 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐫𝐞𝐠𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐂𝐈𝐒𝐋 𝐒𝐚𝐫𝐝𝐞𝐠𝐧𝐚, 𝐞 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐚𝐛𝐚, 𝐬𝐞𝐠𝐫𝐞𝐭𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐂𝐈𝐒𝐋 𝐒𝐮𝐥𝐜𝐢𝐬 𝐈𝐠𝐥𝐞𝐬𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 , è necessario continuare il confronto, ma anche valutare ogni possibile alternativa per salvaguardare la continuità produttiva e occupazionale.
«𝐒𝐞𝐫𝐯𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐞 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐠𝐚𝐫𝐚𝐧𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐛𝐢𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐚𝐢 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢».