La Sardegna ha attraversato, tra il 2014 e il 2024, un decennio di cambiamenti significativi sul
piano economico e sociale. Alcuni dati mostrano segnali incoraggianti: il tasso di disoccupazione,
che dieci anni fa sfiorava il 19%, oggi è sceso all’11%; il numero degli occupati ha superato le
592mila unità, con un incremento di circa 14mila persone in un anno. Un progresso importante, che
porta il tasso di occupazione al 57,7%, ma che lascia ancora l’Isola al di sotto della media nazionale, oggi superiore al 67%.
Anche i redditi dichiarati, sia da lavoro che da pensione, sono aumentati. Eppure, dietro questi
numeri, si nasconde una realtà più complessa. I lavoratori dipendenti sardi guadagnano mediamente
19.850 euro l’anno, contro i 23.290 della media nazionale: un gap del 15% che continua a pesare sul
tenore di vita delle famiglie. Non va meglio sul fronte europeo: in gran parte dei Paesi dell’Unione i
redditi netti superano i 29mila euro, molto più che in Italia e ancor di più in Sardegna.
Il dato forse più sorprendente riguarda le pensioni: con una media di 19.690 euro, esse sono ormai
quasi equivalenti ai redditi da lavoro dipendente. Questo paradosso segnala due aspetti. Da un lato,
le pensioni hanno garantito una relativa stabilità alle famiglie, soprattutto nei momenti di crisi.
Dall’altro, evidenziano la debolezza del lavoro in Sardegna, che non sempre riesce a rappresentare
un vero strumento di emancipazione sociale.
La crescita dei redditi non è stata sufficiente a compensare l’aumento del costo della vita. Molte
pensioni minime restano sotto i 700 euro al mese, e anche i salari bassi rischiano di non coprire le
spese quotidiane, aggravando diseguaglianze già profonde.
Di fronte a questa situazione, la CISL Sardegna sottolinea che il prossimo bilancio della Regione
non può limitarsi a una gestione ordinaria. Servono scelte coraggiose e mirate per invertire la rotta.
Tra le proposte avanzate spiccano: un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile,
con incentivi alle imprese che assumono stabilmente; il rafforzamento delle politiche attive del lavoro e della formazione, per accompagnare i disoccupati verso nuove opportunità; investimenti in infrastrutture materiali e digitali, indispensabili per superare l’isolamento dell’Isola; un sostegno alla contrattazione territoriale per agganciare la crescita salariale alla produttività.
Non meno importante, secondo la CISL, è l’utilizzo strategico dei fondi europei, che devono essere vincolati a progetti in grado di creare occupazione stabile e duratura. Sul fronte sociale, la priorità va alla tutela delle pensioni medio-basse, con interventi che salvaguardino il potere d’acquisto e rafforzino i servizi alla persona.
Ma l’azione non può esaurirsi sul fronte regionale. La CISL collega le proprie richieste in Sardegna a quelle portate avanti a livello nazionale: il rinnovo dei contratti collettivi, ancora bloccati in troppi settori, e la riduzione strutturale del cuneo fiscale e contributivo sono due leve fondamentali per ridare potere d’acquisto ai lavoratori, rilanciare i consumi e sostenere la crescita economica. Solo con un’azione coordinata tra governo nazionale e Regione si potrà davvero incidere sul divario salariale e occupazionale che penalizza l’Isola.Il decennio 2014–2024 lascia dunque un bilancio ambivalente: la Sardegna è cresciuta, ma meno del resto del Paese e molto meno dell’Europa. “Occorre un patto per lo sviluppo fondato su lavoro, salari e pensioni dignitose – afferma il segretario generale della CISL Sardegna, Pier Luigi Ledda –.
Solo così potremo colmare i divari storici e garantire un futuro di crescita sostenibile e inclusiva, facendo della Sardegna non una terra di margine, ma una regione protagonista nel Mediterraneo e in Europa”.